Cosa fare in caso di mobbing sul lavoro?

Vademecum Mobbing : Tutela legale

Cosa fare in caso di mobbing sul lavoro? - Studio Legale Albini

1. Cos’è.

 

Il c.d. mobbing, consiste in una serie di comportamenti posti in essere dal datore e/o da un superiore gerarchico e/o collega di lavoro (sul quale il datore ha un obbligo di vigilanza) nei confronti del dipendente finalizzati a vessarlo, isolarlo e umiliarlo escludendolo progressivamente dal contesto aziendale, fino a spingerlo alle dimissioni e/o a un crollo dell’equilibrio psico-fisico.

È una figura ormai accettata dalla giurisprudenza (per tutte, Corte di Cassazione, sentenza n.143/2000). Il mobbing sul lavoro, in quanto fonte di un “danno psichico” obbliga colui che ne è il responsabile (il datore di lavorio) al risarcimento dei danni. Ed infatti, il datore di lavoro ha un vero e proprio obbligo di tutelare e preservare l’integrità fisica e morale del lavoratore, pena il risarcimento del danno.

Ulteriore voce autonoma di danno (anch’esso da liquidarsi) che solitamente accompagna i casi di mobbing è poi il cd. “danno da dequalificazione professionale” e/o da “demansionamento“. Si tratta di un danno “non patrimoniale” consistente nella lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità del lavoratore anche nel luogo di lavoro con incidenza sulla vita professionale dell’interessato, ovvero che può avere anche una incidenza “patrimoniale” laddove il lavoratore subisca l’impoverimento della capacità professionale acquisita e la mancata acquisizione di una maggiore capacità (Cass.Sez. Un., sentenza n. 6572/06).

 

Affinché si possa configurare un’azione mobbizzante sono necessarie:

 

  • una pluralità di vessazioni o violenze materiali e/o morali;
  • la protrazione nel tempo della condotta;
  • la volontà di ledere il lavoratore.

 

La condotta mobbizzante deve pertanto essere:

 

  • protratta nel tempo, ripetuta e sistematica (almeno 6 mesi, 3 mesi in caso di “quick mobbing“, ovvero attacchi molto frequenti e intensi e inoperosità);
  • frequente: le vessazioni devono avvenire con cadenza di alcune volte al mese;
  • avere carattere e contenuto strettamente persecutori (intento di isolare, di indurre alle dimissioni);
  • deve essere finalizzata alla mortificazione ed emarginazione del lavoratore (ad esempio il lavoratore non viene convocato alle riunioni aziendali, viene spogliato delle proprie mansioni e/o degli strumenti di lavoro etc…).

 

Elemento centrale è, come ha ribadito la Suprema Corte, che si ravvisi una pluralità ed una continuità di azioni lesive, non ritenendosi sufficienti episodi isolati, che trovano una ragione unificatrice nell’intento dell’autore di emarginare, e/o di espellere, la vittima dall’ambiente di lavoro.

 

Se manca la continuità delle azioni vessatorie, si potrà rientrare piuttosto nella ‘sottocategoria’ dello Straining, che consiste in una situazione di stress forzato sul posto di lavoro (di gran lunga maggiore di quello richiesto normalmente al lavoratore nello svolgimento dei propri compiti) in cui il lavoratore viene a trovarsi per avere subito azioni ostili limitate nel numero e/o distanziate nel tempo (quindi non rientranti nei parametri del mobbing) ma i cui effetti negativi sono di durata protratta nel tempo.

 

Processualmente spetta al danneggiato dare la prova di una condotta emulativa, pretestuosa che può consistere in:

 

  • provvedimenti disciplinari ingiusti;
  • continui rimproveri ingiustificati ed alla presenza di colleghi;
  • trasferimenti ingiustificati del dipendente da una sede ad un’altra senza che sussistano le “comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive” previste dall’art. 2103 codice civile, etc..;
  • emarginazione o isolamento del lavoratore;
  • demansionamento e svuotamento delle mansioni (sottrazione di compiti e responsabilità caratteristiche delle mansioni con eventuale assegnazione ad altri dipendenti);
  • continuo sovraccarico di lavoro;
  • ripetute visite fiscali;
  • molestie sessuali.

 2. Cosa fare in caso di mobbing sul lavoro?

 

Ma cosa fare in concreto quando si sia vittima di mobbing ?

 

Raccogliete le prove

 

  • Collezionare testimonianza del mobbing di cui si è vittima è essenziale (tenete un diario delle vessazioni subite, raccogliete sempre: nome della fonte; date degli avvenimenti, testimoni presenti; documenti, e-mail, appunti e qualsiasi altro materiale scritto che attesti una determinata situazione);
  • Ogni richiesta che inoltrate ai vostri superiori o colleghi deve diventare un atto formale, per cui mettete in forma scritta o spedite per raccomandata A.R. ogni vostra richiesta: trasformate qualsiasi ordine verbale ricevuto in interrogazione scritta (“a voce mi è stato detto di fare questo, chiedo conferma scritta”). Molto spesso non riceverete risposta: ciò sarà la prova di una tra le azioni mobbizzanti, anche una mancata risposta ad una domanda fatta per iscritto può essere, infatti, una prova della degenerazione dei rapporti;
  • chiedete copia degli atti d’ufficio che vi riguardano (è un vostro diritto: legge 241/90 sulla trasparenza amministrativa);
  • se i sintomi del malessere sul lavoro hanno già un riscontro negativo sulla vostra salute contattate subito un medico e fatevi rilasciare i certificati che documentano le conseguenze subite sul piano fisico (tali certificati potrebbero anche servirvi in futuro per ottenere dei risarcimenti);
  • se lo stato di malessere (stress, ansia, depressione)  persiste non esitate a mettervi in malattia assentandovi dal lavoro dietro presentazione della relativa certificazione medica;
  • abbiate cura di mantenere anche mail offensive, se le avete mai ricevute, e ordini di servizio con incarichi non pertinenti o non adatti al vostro ruolo;
  • trovate testimoni disposti a testimoniare (anche ex-colleghi, colleghi attualmente impiegati nell’azienda molto difficilmente si esporranno); indagate anche sugli ultimi licenziati dell’azienda, o sulle persone che hanno “spontaneamente” consegnato le dimissioni: potrebbero aver subito la vostra stessa sorte;
  • segnalate gli abusi: mettete al corrente più gente possibile, ovvero cercate di rendere pubblica la situazione, divulgando all’interno dell’azienda le vostra situazione (il racconto della vostra storia potrebbe far sorgere tra gli altri dipendenti un movimento di opinione a vostro favore);
  • Non date le dimissioni: spesso l’obiettivo del mobber è proprio quello di indurre la vittima alle dimissioni, in questo modo oltre a darla vinta a chi vi perseguita perderete anche qualsiasi possibilità di ottenere un risarcimento.

 

Fissate un obiettivo

 

Se siete determinati a passare alle vie legali, individuate chiaramente quali scopi volete raggiungere (reintegro nelle proprie mansioni,risarcimento da danno biologico…). E’ importante considerare alternative alla causa per mobbing, dal momento che esistono specifiche fattispecie di reato come minacce, abuso di potere, violenza privata, ingiuria, diffamazione, calunnia, lesioni personali.

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1. Ricevere consigli e informazioni utili

2. Sapere se ci sono i presupposti per il riconoscimento del mobbing e il risarcimento del danno

3. Conoscere la procedura per ottenere il risarcimento

4. Disporre di un completo supporto medico-legale

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